“War of the roses”: i lupi perdono il pelo, ma continuano a fare album con i controcazzi

No, non è il film con Michael Douglas. E’ l’album nuovo degli Ulver. Che non hanno certo bisogno di presentazioni.

“War Of The Roses” è l’ennesimo lavoro interessante, nonché un altro cambio di rotta. Garm, che sembra l’incrocio tra Adriano e il Forest Whitaker di “Ghost Dog”, è scappato ancora. Pare proprio che non voglia fermarsi. Sforna album, produce roba, inizia progetti, collabora con artisti, che la moglie scommetto che gli dice “Garm caro, vieni a letto, sono le ventitré”. Ma lui no, non si ferma, resta sveglio, scappa, si insegue, shifta fra i generi come le onde nell’effetto Doppler. “Un tipo eclettico”, lo definirebbero nei salotti radical-chic, e anche un po’ autocompiaciuto, ma se lo può permettere.

Lo stesso vale per l’ultimo album. Metti il disco nel lettore, se l’avete comprato (o se avete un lettore), e partono gli A-ha. Giuro. Synth-pop-rock pericolosamente new wave. L’effetto è spiazzante, ovvio, ma possono forse gli Ulver limitarsi a questo? Il disco prosegue, la domanda era davvero retorica.

C’è Badalamenti, c’è psichedelia, pura, intellettualistica e rock, in abbondanza, c’è il jazz. C’è anche una bel tocco di Depeche Mode, ogni tanto. Fra i produttori, infatti, figura John Fryer, uno che ha nel curriculum Fad Gadget, Dome, Peter Murphy, Nine inch nails (oltre ai DM, ovvio), mica “servizio civile e tanto zelo” come chi scrive. C’è addirittura spazio per un duetto con una sgarza, nella bellissima “Providence”.

Il tutto, senza lasciare il retrogusto di “già sentito”, e senza perdere il marchio lupesco, spiazzante ma inconfondibile. Difficile creare un equilibrio simile. Pezzi come “Island”, “Stone Angels” o “England” sono poesia pura, pochi cazzi.

Meglio di “Shadows of the sun”, forse anche di “Blood inside”. Per reggere il paragone, sembra quasi che la memoria debba tornare al quel “Perdition City” che ci ha causato crisi catatoniche postmoderne e onanismi elogiativi tantrici. Capito, ominidi, la portata del disco? “War of the roses” non è nemmeno di digestione difficile, come certe salamelle al cemento che si possono ingerire durante i festival estivi. Ad ogni ascolto, lo si apprezza di più, il che porta ad ascoltarlo più frequentemente. Ad oggi, è nella “top ten 2011” di chi scrive, che di album del 2011 ne ha sentiti più di dieci. Almeno quattordici, ma questo degli Ulver è molto ben piazzato.

Da ascoltare, sia che vogliate farvi un giro in auto nella nebbia alonata dai lampioni nella bassa padana, sia che vogliate accasciarvi dolcemente al suolo, possibilmente in un luogo sicuro.

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