La sorprendente recensione del sorprendente album d’esordio de I cani

Oggi è l’international day of Slayer. Peccato non averlo saputo prima, altrimenti avremmo sacrificato volentieri la nostra cliente più anziana e più rompicoglioni sull’altare di Satana, e per di più ci saremmo tenuti il suo pane, a mò di trofeo. Pazienza dai. Recuperiamo subito mettendo a volumi improponibili Hell Awaits, ordinando carne umana per cena e parlando del disco caldo della scena quattrocchi italiana, quel “Il Sorprendente Album D’Esordio De I Cani” che oggi lo ascoltava pure il signor Albani mentre controllava a che punto erano gli spinaci che coltiva proprio fuori casa.

Di questo album con la copertina più giusta di sempre si vocifera che non appena compaia nell’internet una recensione negativa, orde di giovani fan in preda ai terribili giorni di flusso costante inondino la sezione commenti riversando la loro acrimonia nei confronti della maldicente penna, augurando morte e distruzione come se piovesse. Con queste premesse ci sarebbe subito da dire che “Il Sorprendente Album D’Esordio De I Cani” è l’operazione di mercato più paracula dai tempi dell’ultimo Le Luci Della Centrale Elettrica, chiudere qui, andare a prendere i popcorn e godersi lo spettacolo delle tastiere inferocite. Ma non lo faremo.

Pochi sanno di preciso chi barra cosa stia dietro a questo progetto. Si dice sia semplicemente un qualche DJ barra smanettone del Mac proveniente da Roma. Noi non lo sappiamo ed in realtà ci frega poco comunque: diamo per buona la tesi del DJ solitario perché ci pare la più plausibile di tutte.

L’anno scorso inizia a passare su qualche bacheca di Facebook “I Pariolini Di Diciotto Anni”, canzoncina indie-pop leggera leggera che vorrebbe fotografare la situazione della meglio gioventù romana, che compra e vende cocaina e fa le aperte coi motorini. Noi non siamo mai stati a Roma e neppure ci teniamo a farlo, a meno che non mettiamo la testa a posto con una fedele moglie bielorussa (altamente improbabile), ed è per questo, ad esempio, che non capiamo cosa voglia dire I Cani quando dice fare le aperte coi motorini. Però il pezzo, in fondo in fondo, quasi ci piace. Ci strizza l’occhio. Lo condivideremmo anche noi, sul nostro profilo di Facebook. Così ci facciamo sempre più belli  agli occhi delle nostre amicizie virtuali di sesso femminile: chi non sognerebbe di giacere con uomini come noi, che giocano a poker, bevono whisky sottomarca, ed allo stesso tempo ascoltano I cani? Nessuna. Infatti noi scopiamo solo inter nos.

Però se questo è l’effetto che fa su dei poveri pezzenti della bassa val Padana, si capisce bene l’effetto dirompente che può avere su chi in quell’ambiente propriamente ci vive: i pariolini aò ma state parlando de noartri si eccitano, mettono Gigi D’Agostino a palla (azzardiamo che i pariolini ascoltino il (grandissimo) Gigi D’Ag, se così non fosse che Dio ci perdoni), e fanno aperte ancora più aperte con i motorini. Quelli che invece pariolini non sono, che dai pariolini si fanno fottere le fidanzatine per fare i filmini con le quartine, lo ascoltano anch’essi, con trasporto forse ancor maggiore, lo scambiano sui forum e se lo ascoltano con le cuffiette prima di andare a dormire, felici che un povero diavolo abbia dato forma concreta alle proprie paturnie quotidiane.

Abbiamo scritto un sacco di parole per una sola canzone e questo dovrebbe voler dire che si tratti di un disco della madonna: no, non lo è, è solo che siamo logorroici.

Il modello qui sopra riportato da “I Pariolini Di Diciotto Anni” viene poi riprodotto per gli undici pezzi che compongono il disco, spostando continuamente gli addendi paesaggistici e descrittivi di una somma che rimane costantemente invariata: ed è così che vengono tirati in ballo tutti i leit-motiv dei nostri tempi, dalla sognatrice in leggings fluorescenti che vuole andare a New York a leggere David Foster Wallace nei parchi, alle coppie che mangiano fast food in macchina dopo aver tamponato due secondi due sui sedili reclinabili, passando addirittura per Vasco Brondi, nuovo profeta contemporaneo e modello per nichilisti col cocktail: nulla manca al calderone citazionista post-moderno, ed è così che il nostro misterioso quadrupede soddisfa il nostro ego, ed è così che lo condividiamo, lo cerchiamo su Youtube e finiamo al Mi Ami per vedere se è questo I Cani è davvero solo un cane, oppure è un intero canile.

Peccato che artisticamente valga meno di zero. Peccato che le canzoni suonino così uguali che se foste in grado di tagliare un testo per incollarlo su un’altra base, non notereste neppure la differenza. Peccato che i testi stessi, attraverso una forma diametralmente opposta a quella del caso-Vasco Brondi, arrivino allo stesso traguardo del vate ferrarese: significanza zero. Peccato che siano semplici e sterili fotografie, innocui cioccolatini per sedicenti alternativi 2.0 da scartare, condividere due settimane e mandare nel cestino.

Che poi in realtà non sarebbe neppure poi così male, alla fine un pregio ce l’ha pure questa mezza schifezza: perlomeno non si prende sul serio. Non crea metafore non-sense, non cita metalmeccanici, non richiede fiaccolate d’accendini live, non ha il seguito di adolescenti mestruate ai concerti: strizza solo l’occhio a tutti e non prende a pugni nessuno. Il cane abbaia, ma morde pochissimo.

Da prendere come divertissement. Da non prendere per Max Weber. Abbiamo citato Max Weber. Siamo dei Cani.

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