Le nostre indicazioni di voto: vota NO alla Monarchia

Ci sono già poche certezze nella nostra vita che quando qualcosa viene a romperci le palle per cambiarcele, vorremmo in ogni modo lasciar perdere quella cosa e continuare a dormire tranquilli, con le già poche certezze della nostra vita, la nostra scatola di biscotti e la camomilla prima di andare a dormire.

Però in questo caso c’è poco da fare: Selah Sue è proprio una bella tortorella e dobbiamo dirvelo, perché questo ci spinge a ridisegnare la nostra personale cartina nazioni da considerare per cercar moglie, includendo da oggi anche il Belgio, perché è proprio il Belgio, questa strana nazione che avevamo frettolosamente additato come patria di buzzicone rubizze ed in sovrappeso perenne, dove non si parla il belgico ma cinque lingue insieme, dove il nord è più povero del sud, dove si fa dell’ottima birra, del grandioso cioccolato e dei miracolosi cavolini di Bruxelles, è la patria d’adozione di questo angelo, che pur freschissimo di menarca ci fa godere forte,  come pensavamo fosse possibile ormai solo con la più anziana venditrice di amore di Amburgo.

Io so tutte queste belle cose sul Belgio perché in Estonia, altra nazione rilevantissima da un punto di vista geopolitico, conobbi un belga, ed enorme fu la mia sorpresa nello scoprire che non parlava belgico, bensì diverse lingue a seconda di chi avesse di fronte. Ad esempio con me parlava un inglese base come the fork is on the table, con le persone intelligenti parlava un inglese preraffaelita, con le persone francesi parlava in provenzale antico e mi pare proprio di ricordare che blaterasse pure qualcosa in olandese. Questo fatto mi turbava molto ed io lo insultavo dicendogli che se non conosceva il belgico, allora voleva dire che il Belgio non era neppure una nazione, come mi pare avesse detto a suo tempo quella buon’anima di Hegel, ma la cosa non pareva ferirlo molto ed in breve tempo diventammo grandi amici. Si chiamava Stinji, oppure Stijn, oppure Stein, ma io lo chiamavo semplicemente Stingo, un nome che mi pareva molto più semplice ed efficace. Aveva gli occhi blu come Bambi ed i riccioli di Frodo Baggins, era a malapena maggiorenne e tutte le donne impazzivano per lui, peccato però che lui se ne sbattesse altamente i coglioni di tutte loro, fossero belle, brutte, alte, magre, grasse, con tre capezzoli, polacche, estoni, afroamericane, zoppe, tinte, lanciatrici del giavellotto, venusiane, niente, nulla pareva stuzzicare la sua fantasia. Diventammo ancora più amici e dall’alto della mia esperienza nel settore lo presi sotto la mia ala protettiva, che è sempre la scelta migliore quando si decide di abiurare la fringuella. Infatti non combinammo mai nulla di niente, tranne una notte carina che passammo con due trentenni che si spacciavano per organizzatrici di qualcosa di serio per la scuola d’arte di Tallinn, ma che in realtà erano due alcolizzate come purtroppo ormai se ne vedono pochissime in giro.

Insomma, tutto questo per dire che i pregiudizi sono (quasi) sempre sbagliati, che se stiamo un po’ larghi di manica possiamo considerare anche il Belgio nel novero delle nazioni moderne e che anche un postaccio come quello può partorire dei diamanti grezzi come il mio amico Stingo, l’abiuratore della vagina, e questa Selah Sue, con gli occhi blu come un cavolino di Bruxelles modificato geneticamente.

Selah Sue, che per onor di cronaca ci è stata segnalata da Notsaved, il fautore del progetto Caligine, una roba che noi non abbiamo mai sentito ma che è di sicuro bellissima, ha buttato fuori un EP nel 2008 a nome Black Part Love ed un altro due anni dopo a nome Raggamuffin, che però lasciamo perdere entrambi perché vengono ripresi praticamente in toto nell’album omonimo di quest’anno, dodici pezzi, uno più bello dell’altro, dove la nostra, pescando a piene mani da pezzi da novanta del crossover soul-nujazz-postreggae-post R&B-postaminchia – e ci riferiamo a donne con una tonalità di pelle lievemente diversa da quelle della nostra barely legal Selah, come Erykah Badu, Lauryn Hill, Nneka, ed Idris Sanneh – strimpella sulla sua chitarra tutto il suo amore per la mamma che è sempre la mamma (“Mommy”), pezzo che se avete un cuore non potete proprio non piangere, ci fa eccitare come caimani del Borneo con il singolone in odore di cannoni giamaicani “Raggamuffin” (qui il video ufficiale, con dedica speciale per i nostri onanisti più sfegatati) e chiude con “Fyah Fyah”, un crescendo di gargarozzi ragga della nostra algida e bianchissima Selah che non può fare altro che raccogliere il massimo dei voti da negri nell’animo come noi.

Selah Sue: avere i dreadlocks continuando a lavarsi i capelli. Disco dell’anno nella categoria: donne bianche che che sognano un culo gigante come quello di Nicki Minaj.

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