Crodino è con noi! – Into gay pride ride

Ci accingiamo a scrivere di un disco di truemetal, il genere forgiato con i fulmini di una notte primeva da Odino, Richard Wagner e Joey di Maio, il priapo di Auburn. Tuttavia, i lettori più attenti avranno intuito che l’album è anche una parodia. Se tutto ciò vi disorienta, è probabile che siate giunti qui digitando “testicoli calpestati” su google. Che brutte sorprese che riserva la vita, eh?

Piuttosto, torniamo ai Nanowar. Il nome evoca brani come “master of pizza” o “166: the number of the bitch”. Carini, poco più. E così ci si avvicina a “Into gay pride ride” con un sorrisetto. Uno e mezzo, se hai colto la citazione, pronto ad un paio di ascolti, qualche risata e tanta polvere. E invece.

Invece la vita, quella bagascia, a volte ti riserva anche belle sorprese: vincite milionarie, la terra che vomita improvvisamente fiumi di birra, financo la Juve che torna a vincere in Champions. Nel suo piccolo, al di sotto di questi eventi di portata miracolosa, “Into gay pride ride” fa parte di questa categoria. Dovessi azzardare una classifica, si troverebbe tra “ho trovato parcheggio in centro Milano, nonostante fossi in ritardo” e “la cassiera mi ha dato molto più resto del dovuto”.

Proprio così, perché l’album è fresco come profumo di cannella, efficace e divertente. Innanzitutto, era ora che i Nanowar iniziassero ad incidere un album in uno studio serio. Il fruscio da garage farà pure pure&rude, ma non è dissimile dall’odore di cacca che permea certi agriturismi. Suono più pulito, quindi. Il cantante, poi, è migliorato ancora. Che l’abbiano cambiato? Non credo, dovrei controllare, magari prima di scrivere il pezzo. E i testi sono interessanti. Anche chi scrive, che ha studiato per otto anni francese, e che in inglese sa dire solo i nomi di qualche calciatore (immortale tradizione italiana), si è lanciato in una faticosa (?) traduzione, e ne ha tratto giovamento. Come in ogni parodia si fa leva sui cliché (visto, che studiare francese serve?), che nel truemetaller abbondano, e tracima di omaggi.

Qual è la differenza tra “omaggio” e “plagio”? Boh. Forse l’omaggio è abbastanza palese, per tutti o per gli “addetti ai lavori”, da non insospettire nessuno su eventuali tentativi di scippo. Prendete Luttazzi: per vent’anni ha detto di ispirarsi a Letterman, Hicks e Carlin. Poi, qualcuno è andato a recuperare del loro materiale davvero. Magari, se l’avessero fatto subito, nessuno l’avrebbe accusato di plagio, e tutti avremmo detto “aaah! È una citazione di Carlin, che bravo!”

Ma sto divagando. Omaggi, si diceva. Morricone, Armstrong (scegliete quale), Shaggy, i Blind Guardian… nella mastodontica “Blood of the queens” ci sono pure l’arpeggio e l’assolo di “Battle Hymns”, roba da mandare in brodo di giuggiole (ecco, questo è un omaggio) tutti quelli che hanno avuto sedici anni, magliette nere e capelli lunghi, facendo vibrare le corde pelose del loro cuore metallico.

Da ascoltare, quindi. Anche per quelli che si prendono troppo sul serio. Perché le canzoni sono davvero true, molto più degli ultimi prodotti dei Manowar. “Gods of war” è talmente moscio che non lo userei manco per pareggiare le gambe della sedia. Certo, se le groupies fossero le stesse del 1983, molte cose sarebbero chiare.

Tra le perle di saggezza vanno segnalate “Odino & Valhalla”, “Lamento erotico”, epic ballad da menestrelli sodomiti e “Rap-sody”, cover tamarrerrima di “Emerald sword” dei Rhapsody, con tanto di spari, macchine che sgommano e chiappone mugolanti.

Non metto il voto, ma sappiate che sarebbe alto.

 

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