Finché Vinicio va, non remare, ma ascolta bene

Dal momento che “da solo” era stato un po’ deludente, Capossela ha chiamato i rinforzi: “Marinai, profeti e balene”.

Oddìo, non nel senso di Popeye al basso, Isaia al sitar e Moby Dick alle percussioni, che poi portarli in tour è un casino. Nel senso che, visto che il circo Barnum (niente da eccepire, eh!) non ha dato risultati accettabili, non per uno come Capossela, Vinicio si è rivolto al mare. Più ispirazione di quello! Chiariamoci: io, che ho la sensibilità poetica di un cadavere ancora caldo, se penso al mare non riesco ad andare oltre il “puzza”. Oppure “troppa acqua, che non puoi bere”. Capossela, invece, ci ha l’animo del poeta. E dell’attore teatrale, del pittore, del viaggiatore. Forse anche un po’ del calzolaio (ma non del kamikaze, prerogativa di Keanu Reeves). E quindi, lui, il mare l’ha domato. Non con le frustate, come Serse nel tredicento avanti Cristo, perché era inutile. Ci si è immerso, e ha deciso di cantarlo, tirando fuori un doppio album e un programma radiofonico.

Un album che vale la pena di ascoltare. C’è la solita capacità di evocare immagini, un flusso di immagini, sempre più teatrali. Un album a tratti inquietante e minaccioso come il mitico sermone di Orson Welles dal pulpito-prua di “Moby Dick”, solenne come l’incedere dell’indigeno che deve sacrificare il figlio per placare il dio-vulcano, energico e traboccante di ponti sudici e marinai scorbutici (bruschi e malati, due in uno), commovente e marziale al tempo stesso, senza dimenticare il gusto surreale e naïf tipico di Capossela. Non deve essere semplice affiancare temi classici, tipo le sirene o Tiresia, a temi biblici, a romanzi mitici e a storie di umanità di ogni genere, spesso con un retrogusto “provinciale”.

Intendiamoci, quando qualcuno fa dei ritratti della “realtà provinciale”, nove volte su dieci lo prenderei a secchiate di vomito. Invece Capossela sgarra di rado. Anzi, è uno dei suoi punti di forza, come nel caso del Cristo resuscitato di Gerusalemme, in provincia di Reggio, in “ovunque proteggi”, o il ritratto della comunità amish in “la faccia della terra” (uno dei pochi momenti di ispirazione del precedente “Da solo”).

E, assieme alla “provincialità”, ritorna anche il freakshow. “Goliath” è il cadavere di una balena spiaggiata, portato a spasso su un camion ed esibito. Storia vera, da brividi. Un’enorme carcassa marcescente su un rimorchio e tutte queste persone, attorno, che pagano. Si parlava di potenza evocativa, cristaccio!

E lo stesso vale per il dead man walking Billy Budd, la Madonna delle conchiglie, il delirante Job, il grido lacerante ne “i fuochi fatui” (miglior momento dell’album, da star male)…

Insomma, il Capo ci ha azzeccato. Non sarà il suo miglior lavoro, ma “marinai, profeti e balene” è la miglior risposta allo sciattino “da solo”, perché mostra che l’artista è capace di rinnovarsi ancora, di trovare nuove soluzioni.

P.s. Lo so che finora si son fatte solo recensioni positive, ma se un album fa cacare, come l’ultimo dei Subsonica, passa la voglia di scriverne, sempre che non ci sia qualcosa di personale.

 

 

Annunci