Quarzo, una recensione da prendere con le molle

E’ molto dura, cari ventiquattro lettori (siamo sotto Manzoni, in classifica), valutare un gruppo per la prima volta, soprattutto se non si tratta dell’album d’esordio. Se non aveste sentito “canzoni da spiaggia deturpata”, magari non avreste considerato “per ora noi la chiameremo felicità” alla stregua di un peto radioattivo, no? può essere che, ad esempio, ascoltate un gruppo e dite “che roba originale!”, poi arriva il saputello di turno (nel caso di chi scrive, il capo del blog) e vi dice che siete ignoranti, e che i Jesus Lizard (per dire) fanno la stessa cosa, ma molto meglio, da almeno agosto millenovecentottantacinque. A questo punto, è naturale sentirsi invogliati ad ascoltare i Jesus Lizard, che poi magari scoprite che non c’entrano un cazzo, oppure che alla fine è tutta colpa di Michael J. Fox, tornato indietro nel tempo a creare un paradosso mica da ridere.

E’ successo, tempo fa, che last.fm mi ha consigliato questo gruppo, i Bachi da Pietra. Nome e descrizione sono allettanti, mi cerco qualcosa e trovo “Quarzo”, del 2010. Lo ascolto e mi piace. Poi lo accantono per un po’, ci sono altri gruppi, altri album, che hanno decisamente la priorità, e ‘sti Bachi mi passano in secondo piano.

Ad un certo punto, capita che non ho molte idee su cosa recensire, e quando il capo minaccia di licenziarmi ogni giorno dispari, capirete che sono cazzi. Mi ricordo di “Quarzo”, che mi era piaciuto e che sembrava originale, e decido di scribacchiarci qualcosa. Ecco, questo è il parto doloroso della recensione. E sorge qui il dramma: dei Bachi, ho ascoltato solo questo cd. Non ho tempo, né voglia, di recuperare il resto della discografia quando, a conti fatti, posso riempire un sacco di spazio raccontando di come sia difficile fare certe cose. L’importante è avvertire che la recensione può, quantomeno, essere poco documentata. Mi sento, a tratti, come se dovessi scrivere di qualcosa che ignoro. Sono un giornalista medio, insomma.

Bene, tutto sembra molto suggestivo, financo i titoli delle canzoni, ma…che cosa fanno, questi Bachi?

Domanda difficile. C’è una base blues. A me, dire “blues” fa pensare a certi tizi vestiti bene che dicono robe come “lounge bar” e “luce soffusa”, ma qui la faccenda è diversa, più dura, come un sasso. Perché c’è anche un sacco di rock, spesso talmente pesante da sconfinare ampiamente nel doom. Così, per mettere in chiaro le cose, si parte con “pietra della gogna”, un incedere marziale che non lascia scampo: una voce distorta accompagna il suono malato, l’atmosfera si fa cupa, l’aria è piombo combusto. Gran pezzo.

Non vi preoccupate, non tutto “Quarzo” è così opprimente. Certi brani scorrono che è un piacere, una boccata d’ossigeno in quella che a volte sembra la discesa in una miniera abissale.

C’è un che di rarefatto, di scarno, mentre si passa da atmosfere tipicamente Tom Waits (sempre che si possa dire “tipicamente”) a momenti più squisitamente noise. Poi, un pianoforte spiazzante, e d’un tratto sei di nuovo giù, nel baratro, mentre i Bachi ti tengono la testa sotto, nel flusso del rumore.

Davvero un buon disco, di quelli che ti tolgono il fiato. Ascoltatelo, riascoltatelo, poi recuperate quanto già fatto dal gruppo, perché “Tarlo terzo” sembra essere il disco del millennio, e c’è proprio da leccarsi i baffi. Chi non li avesse, dovrebbe provare a farseli crescere. Se non potete, in quanto donne (ma non vale per tutte), potete leccare quelli più vicini a voi, che magari nascono nuove amicizie.

Annunci