L’Arcadia irrequieta

Allora, mi sono ritrovato ad ascoltare Lűűp, prima di piombare nell’abisso Creedence Clearwater Revival (che dura tutt’ora, non pensate). E allora?
Beh, Lűűp, oltre a necessitare della funzione copia-incolla per essere scritto ripetutamente su Word senza invecchiare, è un progetto musicale. C’è passata davvero tanta gente importante. No, non Obama, e nemmeno Rita Levi Montalcini. Insomma, per farla breve (mi piace farmi vedere informato), ci sono collaborazioni comuni con Current 93 e Master of Disguise.

 E Lűűp, dicevo, usa davvero tanti strumenti dai nomi esotici e i funzionamenti alieni. Ci sono il mellotron (senza essere nel 1970), il sitar, la balalaika, che proviene dalla terra tanto cara all’altro del blog.
Ma Lűűp, la vera anima di Lűűp, risponde al nome di Stelios Romaliadis, un greco che suona il flauto nei boschi. Non è dato sapere se sia un’incarnazione di Pan. E ci è ignoto se suonare nei boschi sia una scelta o una necessità (sapete, la crisi e tutto il resto).


Meadow Rituals è qualcosa che ti riporta a un tempo senza banche e senza neonazi che picchiano donne in televisione. Anzi, non c’era nemmeno la Grecia. E’ folk direttamente dalla Pangea. Non dall’Eden. Perché lo senti, nell’asciuttissimo album di Lűűp, che c’è qualcosa che non va. Qualcosa in agguato. Sacrifici umani? C’è un retrogusto di inquietudine nella voce cristallina ed essenziale della vocalist Lisa Isaksson (non credo sia greca). Per quelli che hanno una cultura di spessore (e cosa ci fate qui, allora?), l’atmosfera si adatta alla perfezione al giardino di Armida, nella Gerusalemme liberata.

Ultimo consiglio: non ascoltatelo in auto, che è pericoloso.

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